Vi furono tempi in cui essere un programmatore con esperienza voleva dire conoscere come le proprie tasche ogni aspetto ed ogni funzione di un linguaggio di programmazione. Vi furono tempi in cui dopo aver programmato intensamente per un paio d'anni in un certo linguaggio di programmazione si poteva dire finalmente di essere diventati degli esperti di quel linguaggio.Oggi le cose sono radicalmente cambiate. I linguaggi di programmazione, le librerie, gli SDK, contengono centinaia e migliaia di features che richiedono, per la loro acquisizione un tempo sicuramente superiore a quello richiesto qualche anno orsono dai linguaggi che li hanno preceduti (Basic, Pascal, Visual Basic).Ma fin qui nulla di male, il progresso avanza ed è una naturale evoluzione della conoscenza umana che porta a migliorarsi sempre più e a produrre prodotti sempre più evoluti. (more...)

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Sulla scia della vocazione di cui parlava Cesare relativamente al lavoro sul/per il web, vorrei sottolineare alcuni punti relativi ad una condizione di lavoro particolare e per molti versi legata al lavoro sul/per il web: il telelavoro. Semplici appunti sparsi: chiunque voglia aggiungere punti specifici lo faccia nei commenti a questo post, così nel tempo li si potrà  affrontare tutti approfonditamente. (more...)

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Ho sempre creduto che avere tra le referenze un cliente dagli enormi fatturati, con magazzini sparsi per mezzo mondo e migliaia di dipendenti sarebbe stato gratificante.Se però mi fermo ad analizzare i progetti che mi hanno dato più soddisfazioni, pochi sono quelli dei cosiddetti "grossi" clienti, molti di più quelli di realtà  con dimensioni sicuramente minori.Mi chiedo quale sia il motivo, ma una mezza risposta penso di averla.Quello che ho notato è che società  con budget risicati fanno di tutto perché gli investimenti non vadano sprecati, e sono generalmente molto ben disposte, sanno ascoltare, sono propositive.Nella grande azienda invece si sprecano le riunioni, si gioca allo scaricabarile, tutti e nessuno sono responsabili. L'ipoteca, insomma, di un progetto che non andrà  per il verso giusto.Non è ovviamente una regola, esiste anche il viceversa. Ma, voi, in che situazioni vi siete trovati?

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Chi mi conosce sa che sono sempre stato critico a proposito della qualità  delle risorse web (blog, siti, forum) disponibili in italiano. Questa è prima di tutto una critica a me stesso, visto che scrivo su più blog e solo in italiano. Ho però la convinzione che ci siano degli ottimi esempi di contenuto che provengono dalle tesi di ragazzi appena usciti dall'università , che trattano più o meno approfonditamente di trend e tecnica web: rss, tagging, community, Ajax. Mi piacerebbe scriverci un intervento. Vi chiederei, se avete scritto una tesi in italiano con questi temi e che è liberamente scaricabile, o se conoscete qualcuno che lo ha fatto, di farmelo sapere nei commenti o all'indirizzo di posta a.volpon@html.it. Cerco soprattutto esempi che finora hanno avuto poca visibilità . Grazie.

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L'altro giorno un cliente, uno con cui ho parecchia confidenza a dire la verità , mi ha chiesto cosa sia il web 2.0.àˆ quasi un amico per cui ho dato - come tutti - la mia interpretazione di web 2.0 sfiorando i vari argomenti, dalla collaborazione, al grassroots journalism, ai contenuti generati dagli utenti.Se questa fosse stata una persona con cui intavolare un rapporto di collaborazione, un futuro cliente, e se mi avesse rivolto la stessa domanda, probabilmente avrei avuto qualche difficoltà  in più.Una cosa che penso non avrei fatto è parlare di di Flickr, del.icio.us e dei tanti servizi di collaborazione, così come non gli avrei mostrato il filmato che va tanto di moda in questo periodo, perché temo che gli avrebbe fatto solo confusione.Avrei potuto dirgli che il web 2.0 è una filosofia, un modo di intendere la rete, avrei potuto vendergli un po' di fumo, oppure avrei perfino potuto dirgli che si tratta di una parola priva di significato, la solita aria fritta.Voi, nei miei panni, cosa avreste risposto?

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Sull'uso delle tab del browser come reminder o come lista delle cose da fare avevo letto tempo fa un post di Jeremy Zawodny. Lo avevo tenuto da parte pronto a dissotterrarlo alla prima occasione, che giunge puntuale in seguito ad un altro intervento, questa volta su Web Worker Daily.In pratica, lasciare aperte certe tab su certe pagine o siti, salvare la sessione, ritrovarsi le stesse tab alla successiva apertura del browser, è un sistema usato da parecchia gente per ricordarsi delle cose da fare o per rimanere concentrati su questa o quella faccenda. C'è anche chi (non ritrovo il link, sorry) sfrutta un estensione come Google Browser Sync per tenere traccia delle tab aperte a questo scopo tra più computer (i soliti che si portano il lavoro pure a casa...).Io non faccio niente del genere, ma mi piacerebbe sapere se è un metodo diffuso pure da queste parti o è un'ossessione tipicamente americana.

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Dopo l'interessante questione sollevata da Francesco nel post "Ma si guadagna coi blog?", nel cui contenuto e nei cui commenti si capisce come i soldi "non siano tutto", sono incappato in un intervento di Matthew Stibbe in Bad Language. Matthew riporta i risultati di un'intervista rivolta a 130 blogger newyorkesi in cui si è parlato di guadagni. Ecco i risultati: il 17% guadagna più di 1.000 dollari al mese il 14% tra 200 e 500 il 4 100 dollari il 14% meno di 100 dollari il 51% niente Ma la parte interessante è la conclusione. Tra i motivi che spingono l'autore a scrivere in un blog troviamo: la pubblicità  indiretta (il blog è il suo "ufficio marketing") la possibilità  di creare connessioni l'ispirazione nel leggere i commenti degli utenti Ma lo dice perché scrivendo in inglese l'audience è praticamente illimitato o questo è vero anche per chi scrive come noi in italiano? Da noi è tutto più difficile o la lingua non c'entra nulla? Qualche cliente vi ha contattato dicendovi: "lo sa che il suo blog è davvero interessante"?. A me, se devo essere sincero, a un colloquio è andata proprio così.

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Titolo dell'intervento un po' improbabile, ma secondo un articolo del New Scientist anche questo sembra possibile. Come? Ecco la ricetta magica, sintetizzata e tradotta: Attrezzate un posto di lavoro confortevole Autopromuovetevi, ovvero invece di sviluppatori fatevi chiamare chief architect (questa l'ho già  sentita) Socializzate... ...ma non troppo Imparate a staccare Concedetevi una pennichella o andate a fare una camminata all'ora di pranzo Uhm...secondo voi è sufficiente? A me comincia già  il mal di testa...

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La scorsa settimana ero a Milano da un potenziale cliente. L'incontro è andato bene e il cliente ha apprezzato la soluzione proposta, tanto da esclamare: "Un difetto questa cosa la deve pur avere".Perdonatemi, ma non sono un venditore e se mi prendono alla sprovvista mi imbarazzo. Ora come ora non so neppure di preciso cosa gli ho detto.Al ritorno mentre discutevo con un collega ci è venuto in mente quasi subito qual è il difetto della nostra soluzione, come di molte altre. Il difetto è che sembra tutto molto semplice, talmente semplice che il cliente si asterrà , nel corso dell'analisi, della progettazione, e dello sviluppo, dal darvi una mano. Dare una mano a fare cosa? A fornirvi i loghi in alta risoluzione e il sorgente dei cataloghi, a decidere quale sezione aggiungere, a spiegarvi dove si trovano i dati nel gestionale, come interpretarli, a scegliere (e motivare la scelta) il layout che gli piace di più, a decidere la data di messa online definitiva e darvi il via libera. Noi siamo perfino arrivati al punto di sottolineare nell'offerta che vogliamo un referente che partecipi attivamente al progetto.Ma se lo avessi detto a questo potenziale cliente come sarebbe andata a finire? Avrebbe davvero capito che il problema non sta nel software, ma nelle persone?

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àˆ quanto sostiene Jamie Huskisson nel suo blog (e che traduco in ampia libertà ): Invece di scrivere il solito stancante e vecchio intervento che lamenta l'incapacità  dei clienti di capire quelle che per noi sono cose ovvie, ho deciso di cambiare rotta e parlare di quanto gli dobbiamo... Siete pronti? I clienti difficili rendono il nostro lavoro più duro, cioè più interessante Si impara dagli errori, cioè si impare a evitare i clienti peggiori Questi clienti ci permettono di coinvolgere amici e parenti sparlando di loro, piuttosto che parlare a tavola di tecnologia Ti aiutano a pensare fuori dagli schemi, visto che chiedono cose assurde Mettono alla prova il tuo carattere e il tuo modo di comportarti in società  Personalmente, dopo un inizio in cui stavo chiudendo la finestra del browser con l'intervento, devo ammettere che mi trovo sostanzialmente d'accordo con tutti i punti, un po' meno con il primo, in disaccordo con il terzo: almeno a cena cerco di parlare di qualcosa d'altro. E voi che dite?

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