Sperimentare l’italiano e crearsi uno stile

Lunedì 31 Marzo 2008 - 09:14

di Massimiliano Scorza

Contenuti e Web Writing

Ieri ho ricevuto una lettera. In realtà un’email ma che aveva le sembianze di una lettera, perché sapeva di antico. Per farla breve, mi ha scritto una mia (sedicente) assidua lettrice (una delle 25, come direbbe Manzoni) chiedendomi qualche consiglio per migliorarsi nella sua attività di copywriting.

Magie di Internet: anche un perfetto sconosciuto come me viene contattato da coetanei che chiedono aiuto.

La mia risposta si è strutturata intorno ad un unico concetto, a mio avviso fondamentale: riuscire a crearsi uno stile proprio, sperimentando l’italiano e non fermarsi contro il muro della grammatica e del formalismo.

Molte figure retoriche sono nate da reali storpiature dell’italico verbo. A maggior ragione la scrittura sul web per sua stessa natura deve connotarsi come sperimentale, in continua e quasi forzata evoluzione.

Scrivere sul web. Cosa significa, se non tentare di stupire? E per stupire serve assolutamente appropriarsi di uno stile. Uno stile attraverso il quale il lettore possa riconoscere la mente dietro allo scritto.

Voi lettori vi accorgete se un testo è scritto con uno stile d’autore o è anonimo? E voi scrittori vi siete già appropriati di un vostro stile?

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Commenti

1

Nel mio caso la parola stile è eccessiva, diciamo che si cerca di fare meglio che si può! :)

# - postato da Paolo - 31 Marzo 2008 - 09:45

2

Chi mi legge dice di riconoscermi. Sarà vero? Non so!

Però non vorrei che il desiderio di trovarsi uno stile significasse poi scrivere male o peggio sgrammaticato.

Io credo che stile non debba significare inventarsi le parole e le forme.

# - postato da fradefra - 31 Marzo 2008 - 11:11

3

Si riconosce –eccome– lo stile di un testo.

E poi non va dimenticata la forma, anche quella grammaticale! spesso tenuta in poca considerazione (soprattutto nei commenti degli articoli nei blog): l’altro giorno qualcuno (su mela|blog credo) ha scritto “l’eone” con l’apostrofo per riferirsi al crinuto felino della savana. Questo non va affatto bene. Purtroppo a volte lo faccio anche io e mi spiace quando mi accorgo di averlo fatto e non poter più correggere.

# - postato da Gio - 31 Marzo 2008 - 11:21

4

Io generalmente sono riconoscibile dall’uso della punteggiatura… Sono alla continua ricerca della perfezione; poca punteggiatura, ma messa nel posti giusti (è un po’ quello che faccio nell’utilizzo dei tag HTML).
In alcuni momenti divento maniacale :D

PS: tra l’altro un tipo di punteggiatura la uso in “modo anomalo”… Chissà qual’è ?

# - postato da DAG - 31 Marzo 2008 - 15:08

5

“qual è” non vuole l’apostrofo

# - postato da William Ghelfi - 31 Marzo 2008 - 15:47

6

Se la ricerca di un proprio stile diventa una forzatura, non serve assolutamente. La scrittura deve essere fluente e naturale, seguire quasi la velocità dei pensieri. A mio avviso, se ci si ferma troppo a controllare lo stile si finisce per dimenticare il contenuto :)

# - postato da Matteo Sanna - 31 Marzo 2008 - 17:17

7

Io credo che l’italiano debba essere utilizzato sempre nella sua forma più corretta possibile, la ricerca di un proprio stile ha un valore secondario.

E non occorre andare a rivangare termini astrusi e desueti per parlare in maniera forbita.

La forma migliore della comunicazione, che sia essa scritta o visuale, è quella “corrente” e comprensibile alla più ampia fetta del target.

Naturalmente contesti particolari come le comunicazioni burocratiche richiedono termini e forme convenzionali, non è nemmeno plausibile tentare di applicare un proprio stile a comunicazioni informali.

Io parlo da grafico, e le mie esperienze da copywriter non sono molte, potrei anche sbagliare.

Mr Kuzio

# - postato da Mr Kuzio - 31 Marzo 2008 - 21:09

8

Sono abbastanza d’accordo.
Lo stile potrebbe essere anche semplicemente il fatto di essere “migliori” o di essere capiti da tutti e più in fretta, di non annoiare ed andare al punto o di essere semplicemente sé stessi.

# - postato da Roberto Bandini - 31 Marzo 2008 - 23:06

9

@Matteo Sanna
senza la pretesa di essere dalla parte della ragione ;-) ma solo per dire quanto sono in accordo con quanto sostiene Dacia Maraini:

“A quelli che mi dicono: ho scritto una cosa col cuore, l’ho buttata giù e va bene così, rispondo che l’improvvisazione in letteratura non esiste. L’arte, come ho già detto e come amo ripetere, è un artificio, lo dice la parola stessa, la scrittura è progetto, scienza, costruzione, non ha niente a che vedere con la natura, ma semmai con la sapienza e la professionalità.

Chi parla con un vero poeta si sentirà dire che si possono passare ore a cercare una sola parola, la parola giusta. E perfino una lettera che si scrive a una persona lontana, che pure è il genere più immediato di scrittura, se vuole comunicare qualche cosa di personale e di reale, deve essere pensata in modo da trovare un proprio veicolo di comunicazione sentito ed efficace. Solo se si rintraccia la parola giusta, si riesce a comunicarla; altrimenti rimane qualcosa di morto.”
Dacia Maraini

# - postato da Massimiliano Scorza - 01 Aprile 2008 - 14:56

10

@Massimiliano Scorza
Vedo che la via di mezzo non è mai presa in considerazione. Io scrivo di getto ed utilizzo comunque vocaboli ricercati ed espressioni auliche. E rileggo ciò che scrivo, e correggo, e smonto e rimonto. Ma non resto fermo ore, pensando alla congiunzione migliore perdendo cosi il filo dei pensieri. Non confondere improvvisazione con bravura. Con questo non voglio dire di essere l’Alighieri del nostro tempo, ma riesco comunque a trovare un compromesso con la ricercatezza del lessico e la velocità della stesura dei miei pensieri. Questo non toglie che non scrivo mai senza il De Mauro sotto mano :)

# - postato da Matteo Sanna - 01 Aprile 2008 - 18:24

11

Personalmente penso che sia ideale avere consapevolezza del motivo per il quale si scrive. Io punto direttamente allo scopo ultimo: comunicare. Da tenere senz’altro d’occhio la grammatica, ma penso che la maggior parte dei lettori in web abbia adottato un tipo di lettura “iperveloce” ovvero incline a perdonare eventuali errori, focalizzata su concetti chiave… evitiamo però i ke, cmq, xte, tvb, cccksasdaweoap ;)

# - postato da Michele - 29 Aprile 2008 - 17:13

12

Molte figure retoriche sono nate da reali storpiature dell’italico verbo.

Affermazione indimostrata. Esistono figure retoriche riservate all’italiano? E poi, di che storpiature parli? Dicendo ‘storpiatura’ ti poni in una prospettiva normativistica della lingua, che, in ambito creativo, qual è quello della formazione di uno stile di scrittura, ha un valore molto relativo, se si operano scelte consapevoli. Forse tu hai in mente l’anacoluto (figura retorica presente anche in inglese e in ogni altra lingua), che è però un procedimento con funzione espressiva anche in contesti colloquiali: il tema, il contenuto noto della frase, viene messo in posizione rilevante, «a sinistra», senza marcarne il ruolo sintattico (tant’è che si parla anche di tema sospeso).

C’è poi lo zeugma, che consiste - nel caso, ad esempio, di un verbo - nel far corrispondere un’unica reggenza sintattica a complementi o soggetti che ne richiederebbero differenti (es. «lo studio necessita e richiede costanza»). O forse pensavi all’hysteron proteron che inverte l’ordine logico o cronologico degli avvenimenti (es. «ho vinto e ho corso»)? In tutti questi casi, non si parla di storpiatura - intesa come violazione ex post di una norma scolastica preesistente -, ma piuttosto di sconvolgimento dell’ordine logico per fini espressivi.

Dire perciò che prima viene la norma (scolastica) e poi la sua violazione che genera (?) la figura retorica è un’affermazione errata: da un punto di vista grammaticale (di grammatica descrittiva), la «norma» e la sua violazione stanno sullo stesso piano sia sotto il rispetto cronologico-causale (non viene prima l’una e dopo l’altra, né la prima causa la seconda) sia sotto quello della correttezza. Sono la pragmatica e la sociolinguistica a stabilire l’adeguatezza di un costrutto a seconda del contesto comunicativo in cui compare.

È pur vero - potrai ribattere - che le tre figure retoriche summenzionate corrispondono ad altrettante inconseguenze logiche, e quindi a errori tour court, ma è sbagliato dire che, come si deduce dalla tua frase che ho citato all’inizio di questo mio intervento, la storpiatura della norma ha avuto un tale successo che qualcuno ha deciso di ‘regolarizzarla’ trasformandola in figura retorica. L’ordine normale e quello marcato, il costrutto logico e quello inconseguente sono strumenti naturalmente e da sempre a disposizione dei parlanti.

# - postato da Scribee - 11 Aprile 2011 - 01:43

13

x Scribbe

ce ne fossero di interventi come il tuo ;-)

ma non è la sede adatta per risponderti. In breve ti dico che, citando il caso dell’hysteron proteron, per quanto è una storpiatura dell’uso della lingua. La grammatica non prevede di scrivere la conseguenza prima della causa. Però se vuoi possiamo continuare a parlarne via mail: massimiliano.scorza@fastwebnet.it

# - postato da Massimiliano Scorza - 23 Aprile 2011 - 14:17

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