È però vero che, quando il business è ancora piccolo e si compiono i primi passi sul mercato, il budget a disposizione potrebbe essere risicato per potersi affidare a una figura specializzata: il fai da te appare quasi una scelta obbligata. Ma quali sono i cliché da evitare, anche e soprattutto in un'ottica di autoproduzione?

Come facile intuire, non esistono regole precise per la creazione di un logo, perché deve rispondere a necessità specifiche per l'azienda, quindi variabili di caso in caso. Eppure vi sono scelte stilistiche talmente diffuse da risultare ormai completamente inutili, di cui tenere debito conto.

Helvetica e prima lettera

Helvetica rappresenta di certo una delle famiglie di font più amata: elegante, minimalista, altamente leggibile, perfetta per il business. Eppure questo font è ormai ubiquitario: lo si trova infatti sia nei loghi più blasonati che nelle comunicazioni delle offerte del supermercato sotto casa, pertanto non garantisce unicità e facile riconoscimento. È meglio virare su caratteri meno conosciuti o, in caso se ne avesse la possibilità, creare un font da zero specifico per la propria azienda.

Altrettanto abusata è la tendenza a costruire un logo attorno alla prima lettera del proprio brand: non può essere più considerata una scelta efficace, poiché ormai presente per migliaia di realtà imprenditoriali in tutto il mondo. Il logo è perfetto quando si differenzia dalla massa, quando rimane impresso nella memoria.

Globi, puzzle e nuvole

Nell'era della digitalizzazione di massa, e della comunicazione mediata, la tentazione di cedere a un logo che si leghi immediatamente alla Rete è forte. Tuttavia, questa opzione è fortemente abusata, soprattutto con tre design specifici.

Le aziende che operano nel settore delle telecomunicazioni, o anche dei viaggi, da ormai 20 anni a questa parte inseriscono globi ovunque. Sia stilizzata, o una rappresentazione fedele del Pianeta, questa trasformazione grafica del concetto di comunicazione globale è ormai satura, onnipresente, quasi fastidiosa per la sua diffusione. Lo stesso vale per i vari puzzle o mosaici per sottolineare la possibilità di interconnessione con gli altri.

Negli ultimi anni, con l'esplosione delle tecnologie Cloud, vi è infine una vera e propria profusione di nuvole: una scelta che potrebbe rivelarsi un vero e proprio temporale sulle proprie capacità di espansione.

Settore industriale

Altra opzione altamente abusata è quella di approfittare di un logo che ricordi il settore industriale in cui si opera. La più ampia maggioranza delle imprese immobiliari, ad esempio, vedrà nel proprio logo una casetta - o più frequentemente, il tetto di quest'ultima - pronta a ergersi dalle lettere del brand. I fotografi abusano di obiettivi e lenti, ad esempio in sostituzione della lettera "o", gli odontoiatri infilano denti stilizzati ovunque, mentre gli sviluppatori trasformano il nome della società in un tag HTML. Gli esempi sono praticamente infiniti.

Questo approccio, tuttavia, è ormai poco efficace. Non serve sottolineare all'utente il settore in cui si opera, poiché evidente dalla tipologia di servizi che vengono offerti, bensì è necessario stuzzicarlo sulla sua capacità di memoria, sulla sua psicologia. È più probabile che venga ricordata una macchia di colore, rispetto al tetto di una casa.

Archi e umanizzazione

Altrettanto diffuso è il design ad arco, spesso disposto sul nome del brand, scelto per i più svariati scopi. A volte vuole rimandare l'idea di un abbraccio, altre quella di un sole che sorge: per quanto piacevole da vedere, è una strategia talmente abusata da alimentare confusione nell'utente, impossibilitato a distinguere tra un'azienda e l'altra.

Stesso risultato per l'approccio dell'umanizzazione del logo: si tratti di un albero, un fiore o qualsiasi altro elemento grafico che si presti a questo scopo, la tentazione di trasformarne i rami in un omino stilizzato è molto forte. Altrettanto potente, tuttavia, potrebbe essere il fallimento del tentativo: questi loghi appaiono fra di loro davvero indistinguibili.

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