Lo abbiamo incontrato una volta sceso dal palco, per porgli qualche domanda alla quale ha risposto con la disponibilità e la cortesia che lo contraddistinguono, iniziando con una piccola provocazione: "Ci sono contraddizioni tra le opportunità di monetizzazione e l’utilizzo di soluzioni open source?". Jon risponde in modo piuttosto diretto.

Hai utilizzato una parola molto interessante: soluzioni. Le persone non comprano hardware o software, comprano soluzioni. Se puoi risolvere i problemi di un cliente nel migliore dei modi con l’open source, ti pagherà per questo.

La sua visione su ciò che principalmente differenzia le soluzioni open da quelle closed è chiara: queste ultime riescono nella maggior parte dei casi a soddisfare gran parte delle esigenze del cliente, ma non tutte. Un’azienda si trova così a dover adattare il proprio business al software impiegato. Un approccio aperto allo sviluppo consente invece di intervenire su ogni singolo aspetto, in modo tale da andare a rispondere a ogni necessità. Ciò comporta solitamente (non sempre) una spesa superiore rispetto a quanto avviene scegliendo un prodotto "preconfezionato", ideato in modo da raggiungere un mercato il più ampio possibile. Il peso economico dello sviluppo può però essere sostenuto e ripartito da più realtà con le medesime esigenze.

Qualcuno potrebbe dire "È troppo costoso, non ho la disponibilità per farlo", ma trovando un gruppo di persone che ha le stesse necessità e dividendo la spesa, tutti ne traggono beneficio.

Le origini del free software sono tanto antiche quanto quelle dei computer. Jon racconta come in un primo momento la figura del programmatore professionista non esisteva: ognuno creava il codice di cui aveva necessità, includendo nel progetto chiunque potesse fornire un supporto, nel nome della collaborazione e nello spirito di una community. Agli albori di Linux c’era chi lavorava a un proprio kernel per passione, pur essendo impiegato in realtà come IBM o Hewlett-Packard.

Per capire come soluzioni open e free possano garantire un ritorno in termini economici, Maddog fa riferimento a un fatto realmente accaduto: un team di Rio de Janeiro che per condurre ricerche sulla Foresta Amazzonica aveva bisogno di un software con caratteristiche specifiche legate alla geografia del territorio si è rivolto alla software house Esri. La soluzione proposta per 4,5 milioni di dollari aveva un solo problema: un’interfaccia scritta interamente in inglese, lingua sconosciuta dai ricercatori brasiliani. Esri non si è resa disponibile ad occuparsi della traduzione e il committente ha trovato in uno sviluppatore open source ciò che cercava, con una spesa complessiva di 380.000 dollari.

Per capire come si possa costruire un business solido e profittevole basato sull'open source, Jon fa riferimento a due realtà ben note: Red Hat che sviluppa software open e genera introiti per circa tre miliardi di dollari ogni anno e Oracle che oltre alla commercializzazione dei propri database si occupa di vendere soluzioni basate su MySQL. Tutto dipende dunque dal business plan di un’azienda e da come si approccia al mercato.

Un altro esempio è quello legato all’universo mobile: Apple ha costruito parte della propria fortuna su iOS e sulla linea iPhone. Android, invece, pur debuttando a soli sei mesi di distanza, ha adottato una strategia completamente diversa, consentendo a qualunque produttore di installare il sistema operativo nei propri dispositivi. Oggi Android ha ampiamente superato il market share di Apple. Sta accadendo di nuovo quanto visto agli albori dei computer desktop, quando la Mela Morsicata con i Mac era arrivata a ottenere una percentuale ridotta del mercato, ma con profitti elevati, mentre Microsoft con Windows assorbiva il 90% delle vendite.

Per Jon la definizione di un business plan è centrale nella costruzione di una qualsiasi impresa basata sulla distribuzione di software open o free. Un team può decidere di affidarsi a soluzioni di questo tipo anche solo per una parte delle proprie attività, ad esempio per velocizzare la realizzazione di un prototipo delle applicazioni che intende commercializzare, così da avere a disposizione una demo da sottoporre a potenziali investitori interessati a sostenere il progetto.

La nostra intervista si chiude con una domanda su quali siano i linguaggi di programmazione e i framework più indicati per monetizzare con l’open source.

Dipende dal progetto: se si tratta di gestire informazioni in real time probabilmente è consigliabile affidarsi a C, se ci si deve limitare a generare dei grafici lo si può fare con Java o Python. Ci sono molti linguaggi a disposizione, la scelta di quale utilizzare non è che la parte meno importante della domanda: tutto dipende, ancora una volta, dal proprio business plan e dalla propria strategia.

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