Mi permetto di riportare un commento lasciato ad un focus pubblicato su Webnews pochi giorni or sono. Il focus proponeva un punto di vista alternativo sul famoso laptop di Negroponte, ponendo una domanda del tipo “ma ci stiamo ponendo le domande giuste?”. Ovvero: siamo sicuri che l’impatto di un laptop su una popolazione non abituata all’informatica non possa comportare conseguenze pericolose e magari negative? àˆ un semplice punto di domanda con la semplice volontà  di estendere il dibattito ad una questione che dovrebbe anticipare le problematiche tecnologiche: esistono problemi sociali? Esiste una questione etica? Esiste un risvolto morale?

Una risposta a questa domanda arriva direttamente dal Brasile, uno dei paesi interessati all’acquisto del laptop da 100 dollari. Questo l’intervento di Paolo Dodet:

Che esista una differenza tra i paesi in via di sviluppo ed il terzo mondo propriamente detto è innegabile, però ricordiamoci che queste differenze le abbiamo inventate noi in Europa.

Io vivo in un paese in via di sviluppo (il Brasile) e, grazie alla mia formazione europea, ne posso vedere i limiti ed i pregi in una maniera che gli stessi brasiliani non possono fare, manca loro la parte europea, non conoscono i due lati della medaglia.

Tornando ai laptop a manovella. Sono d’accordo con il signor Dotta quando dice che dovremmo pensare all’impatto che questa iniziativa causerà  sulle società  e sui paesi coinvolti. Ci sono aspetti che, là­ in Italia, non si immaginano neppure. Per esempio la possibilità , nelle favelas brasiliane controllate dal narcotraffico, che il piccolo strumento sia usato come merce di scambio in cambio di favori, nello stile del “se mi copri le spalle la vostra scuola avrà  cento laptops”. Oltre al fatto che il pubblico brasiliano può non essere a conoscenza dell’esistenza del gadget in questione (non sono in molti a seguire il telegiornale ed a leggere i giornali).

Un’altra considerazione da fare è che se è vero che la rivoluzione informatica ha apportato grandi cambi sociali ed economici nel mondo occidentale è pur vero che si è trattato di una rivoluzione che è nata da una necessità  interna. Come le altre grandi rivoluzioni europee. Nel caso di una importazione di tecnologie dovremmo realmente chiederci se questa necessità  esiste.

Voglio, con cià, dire che noi vediamo il nesso esistente tra la miseria e la mancanza di alfabetizzazione, elettronica o convenzionale, esistente tra i miserabili. I miserabili non vedono questo nesso e bisogna insegnarglielo e, anche insegnandoglielo non ne faremmo un europeo, grazie al cielo dico io, però le soluzioni europee servono agli europei, per il Brasile ci vogliono soluzioni brasiliane, per l’Africa le africane e cosà­ via.

Bisogna conoscere la realtà  che si vuole aiutare altrimenti si rischia di dire che si vuole aiutare e si continua a non fare niente di veramente utile.

Apporto importante, grazie Paolo. Mi permetto di aggiungere: portare l’alcool in paesi in cui l’alcool era sconosciuto ha causato gravi dipendenze e vite rovinate; portare particolari cibi per sfamare alcune zone dell’Africa ha causato malattie a corpi non abituati a digerire certe sostanze; portare la scrittura in certe zone isolate ha causato la morte di antiche culture e di secolari ordini sociali; portare l’alfabetizzazione in certe zone ha causato squilibri nelle gerarchie pre-esistenti e lotte intestine. La storia insegna, insomma: sono state effettuate tutte le verifiche del caso circa le possibili conseguenze sociali di un computer a manovella in zone ove il problema principale dei ragazzi è ancora oggi, 2005 quasi 2006, la colla da sniffare?

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Sono pienamente daccordo con Paolo Dodet, e di risposta aggiungo che per la Sicilia ci vogliono soluzioni siciliane e non italiane. In fin dei conti anche la Sicilia é immersa in un divario che riguarda tutto nei confronti del resto d'Italia, anche se non con le differenze fra Brasile/Europa.

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