Ma il Bitcoin, in realtà, non esiste. O meglio, esiste solo in funzione della sua piattaforma, la blockchain. Nata da un'intuizione di Satoshi Nakamoto (chiunque si nasconda dietro a questo nome), è in realtà il frutto di una serie di movimenti culturali e tecnologici che prendono piede sin dai primi anni '80 con ecash, un protocollo Internet per abilitare i sistemi di pagamento online con meccanismi di sicurezza.

Il problema alla base dei sistemi di pagamento, soprattutto in Rete, è stato quello del consenso, che deve essere garantito e certificato non da un'autorità centrale, bensì da tutte le parti coinvolte nel sistema.

Il primo modello utilizzato per risolvere il nodo del consenso, quello implementato nella blockchain Bitcoin, è il cosiddetto algoritmo Proof-of-work. È così definito perché ricompensa i nodi della rete che mantengono il sistema funzionante compiendo un lavoro termodinamico: semplicemente, la risoluzione di funzione crittografiche di hash.

Ogni transazione all'interno del sistema, che ogni 10 minuti è racchiusa in un blocco (10 minuti è il periodo specifico nella blockchain Bitcoin, ma è un numero variabile in altri sistemi), deve essere univocamente ricostruita da ogni nodo che partecipa a quel blocco di transazioni, e poi confrontata con gli hash precedenti. Quando un blocco deve essere chiuso, questo deve essere sigillato con un'altra funzione hash, un collegamento alla funzione hash dell'header del blocco che lo ha preceduto, e una stringa che indica la sua posizione all'interno del Merkle Tree.

Per chiudere definitivamente un blocco, un nodo della rete (miner) deve trovare un nonce, ovvero un numero che identifica univocamente quel blocco all'interno della catena (di blocchi). Il Proof-of Work, in realtà, è però solo uno dei tanti algoritmi che possono essere utilizzati per implementare una blockchain sicura ed affidabile.

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